Anima e Parole

martedì, 27 gennaio 2009

Il dolore... La speranza

 27 Gennaio 2009

Nella giornata della Memoria L'ASSOCIAZIONE PRESIDIO DEL LIBRO DI TURI , alle ore 18,00 presso il Palazzo Marchesale Venusio

PRESENTA

Il dolore...  La speranza

 Le voci e le  immagini dei ragazzi della Scuola Media di Turi


 e  il concerto del “ MEDITERRANEO SAXOFONE QUARTETT” Giancarlo Perrone sax soprano
.

Il programma del Concerto


Klezmer Triptych Tradizional arrangiamento Mike Curtis
Lebedik un freylach
Rebn’s tanz
Freylacher bulgar

Rossini per Quattro
brani scelti tratti dalle ouverture dell’autore arrangiati da F. Loiacono

West Side Story
Brani scelti tratti dall’opera arrangiati da F. Loiacono
Prologo
Jet song
Tonight
Maria
America
Mambo

Quarteto Latinoamericano para saxophones
Brano originale scritto per quartetto di saxofoni
Fandango
Serenata
Choro y tango

Schindler’s List
Tema principale dalla colonna sonora del film di S. Spielberg arrangiamento di Silvestro Sabatelli

Moment for Morricone
trascritto per quartetto di saxofoni da Ennio Morricone

Close yours eyes and listen
Trascritto per quartetto di saxofoni da Astor Piazzola- R. Di Marino

Violentango
trascritto per quartetto di saxofoni da Astor Piazzola- Francesco Coppola
La vita è bella trascritto per quartetto di saxofoni da Nicola Piovani- Francesco Coppola


Ringrazio prima di tutto la famiglia Tamburrino per l’ospitalità e tutti coloro che hanno sostenuto ed organizzato con noi l’evento:

Permettemi di dedicare questa serata a Pasquale Lasorella, scomparso qualche settimana fa.
Un sopravvissuto ai campi di sterminio, ma soprattutto un uomo buono, che ci mancherà.

Oggi è la Giornata della Memoria. Qualche giorno fa un bambino è passato a trovarmi, in libreria, e chiacchierando del più e del meno mi ha detto: noi ricordiamo la Shoah, ma i bambini di Gaza? Perché stanno morendo?
Domanda difficile... difficile anche rispondere.
I bambini sono il nostro futuro, la nostra speranza, tutto quello che facciamo è per loro. Deve essere per loro.
Eppure...
ancora siamo pronti per un’altra guerra, e i razzi li lanciamo contro la nostra anima,
contro la capacità di vedere e di sentire.
Proprio perché falliamo nel coltivare una civile convivenza e la fioritura della pace,
nell’operare armonia, sganciamo le nostre bombe sempre più terribili.
Ogni razzo che esplode è l’affermazione del nostro fallimento e regala ai nostri figli
una convivenza ancora da edificare.
Accanto al “nemico” uccidiamo ciò che dentro di noi chiede di crescere e fiorire.
La vera guerra è contro noi stessi, siamo noi stessi gli sconfitti.
Fino a quando non ci riconosceremo nel volto di ogni uomo,seguiteremo a credere
che solo distruggendolo troveremo pace.
Parola che molti usano male. E invano.
La vera pace è chiedere, pretendere, che in nessun luogo del mondo un bambino debba soffrire. I bambini Non devono fare i soldati, Non devono scavare nelle miniere,Non devono frugare nella spazzatura, Non devono essere oggetti di piacere, non devono piangere per fame...

Quando avremo dato risposte e certezze ai bambini, allora potremo dire di aver COSTRUITO, INSIEME, la PACE.

.

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Pubblicato da: alaruccia alle ore 07:29 | link | commenti
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giovedì, 08 gennaio 2009

A proposito di consigli per la lettura...

INVITI SUPERFLUI


DINO BUZZATI


Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi geni ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso una vita misteriosa, che ci aspettava, palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente non rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti.
Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo, sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrar la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo nient'altro.
Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose piú semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!". Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora. Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata a esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta cosí. E non saremmo neppure per un istante felici.
Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensí sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo.
Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penserai al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sí almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie cosí amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. Ma tu - adesso ci ripenso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci piú a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.



Pubblicato da: alaruccia alle ore 16:54 | link | commenti
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Nome: Alina Laruccia
Sono una sognatrice. Ho ideato e creato questo blog per il grande amore verso la scrittura e la lettura. Tutti sono invitati ad esprimere pareri su quello che leggeranno, e se vorranno scrivermi sarà un grande onore. Questo viaggio attraverso la vita mi piacerebbe condividerlo con voi.

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